Cosa c’è oggi? Il solito capolavoro

Mi piace immaginarla così, una scena di vita quotidiana in casa Morandi, Giorgio rientra dall’Accademia, dopo aver fatto lezione e in cucina le sorelle lo accolgono, lui un po’ affamato chiede cosa hanno preparato per pranzo, un pasto frugale poi via, pacato nella sua stanza.

Si ripete spesso questa scena, nella casa in via Fondazza, a Bologna. E si ripetono anche i suoi gesti in quell’unica stanza dove si rinchiude per osservare instancabilmente la luce sugli oggetti. In quella stanza apre e chiude gli scurini dell’unica finestra, e quegli spostamenti millimetrici sono ai suoi occhi ondate di luce,  variazioni impercettibili all’occhio comune diventano al suo sguardo cambiamenti radicali dell’oggetto stesso. Gli oggetti, quotidiani, diventano le armi della sua rivoluzione, impolverati per impolparsi di luce e rilasciarla sulla tela dove Morandi li ha trasferiti, con quella forza pacata che nessuno, né prima né dopo, è stato capace di fare.

Con la “casa” ha sempre avuto un rapporto tutto suo. Arrivati alla progettazione di una residenza estiva, dove passare i molti mesi di pausa dall’insegnamento di tutta la famiglia, l’architetto incaricato si prodigò nel proporre soluzioni creative ad un artista già al tempo molto noto (immaginando i tempi che stiamo vivendo viene da pensare a cosa avrebbe inventato un medio creativo dei giorni nostri…) cercando di stupirlo con intuizioni architettoniche, ma Morandi ringraziandolo cortesemente, prese un foglio e ci disegnò sopra una “casa”, e così fu costruita.

Nessun problema a confessare che non ne capivo la grandezza, narrato come uno tra i più grandi maestri italiani, celebrato a New York e altrove, lo avevo erroneamente collocato tra i sopravvalutati dell’arte. Ma una visita al Museo di Bologna (per la verità due, nel giro di poco…) mi ha fatto ricredere. Dopo le prime due tele, fiori mai visti prima, poi paesaggi, vasi, bottiglie così apparentemente uguali, ma così incredibilmente diverse, che emettono una grazie magnetica. Mai come in questo caso vale la regola che l’arte va vista.

Tony Cragg

Come Jules Verne girò il mondo in 80 giorni, senza mai lasciare il suo studio, così Morandi allo stesso modo riesce a creare qualcosa di inspiegabile, con la fatica dell’osservazione riesce a renderci insaziabili dello stesso cibo.

Il risultato di una instancabile ricerca.

E poi, dopo che avevano compiuto il loro dovere, si curava di seppellire gli ormai esausti pennelli.

Questa voce è stata pubblicata in Appunti d'arte. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *