Biennale Venezia 2019

Mi sposto in Laguna con una compagnia seconda solo a quella dell’Anello (capirete poi che il riferimento non è casuale). Io, Pippo, Billy e il Maestro gruppo perfetto per parlare d’arte e non essere mai d’accordo su nulla (ma una cosa ci metterà d’accordo tutti, capirete anche questo).

Gli obiettivi primari sono due, ovviamente Biennale il primo ma anche confermare il talento di un pittore rumeno conosciuto qualche anno prima.

Si parte da qui, come prima tappa del week end lagunare, dalla personale di Adrian Ghenie a Palazzo Cini, e la compagnia anche qui si divide, tra chi si annoia, chi rimane affascinato e chi deluso (non faccio nomi). In effetti ci può stare che ci sia chi si annoia un po’ (Pippo, 13 anni) e anche che la Compagnia si divida, perché io stesso mi divido, tra un’alta considerazione della tecnica e tele fin troppo caotiche, tra lavori di grande equilibrio e poetica ed altri nei quali si fa fatica a trovare un ordine, dove forse qualche scelta compositiva in più andava fatta. Nel complesso però un livello pittorico di questa levatura non è comune, e il piacere di soffermarsi ad esaminare pennellate, spatolate o gesti tecnici misteriosi è sempre piacevole. Forse la consapevolezza che il giorno dopo tra i padiglioni non faremo nulla di tutto questo ci fa stare in quelle stanze per un bel po’, ma poi usciamo, con l’approvazione di Pippo.

AI art - Ian Cheng

L’indomani invece tutto si ribalta, Pippo si esalta, lo perdiamo tra i padiglioni incuriosito e affascinato dalle molte proposte che si susseguono, vederlo così entusiasta, molto più di noi vecchietti dell’arte mi riempie di gioia ma mi fa fare anche parecchie riflessioni. Se quelle opere entusiasmano così un tredicenne, puro, che ama cartoni animati, anime e manga, e che si annoiava a vedere un artista che “dipinge”, può appassionare il resto di una Compagnia composta da un pittore professionista un prof di arti contemporanee, un appassionato con trascorsi di amministrazione di spazi pubblici? E’ possibile un equilibrio tra questi linguaggi? La risposta non credo sia immediata, forse non importa davvero, forse va bene che sia così, forse l’arte contemporanea rispecchia il proprio tempo meglio di quella moderna, forse è sbagliata proprio la domanda. Si cerchino le risposte, intanto mi godo mio figlio che incalza di domande le inservienti di fronte a “Bob” un’entità virtuale creata da intelligenze artificiali con cui lui sta interagendo, e che potrà continuare a seguire grazie alle tecnologie digitali (https://bobs.ai/ di Ian Cheng). Questo mi fa superare l’eterna diatriba tra cosa è arte e cosa non lo è, me ne frego, uno di quegli adolescenti, sempre accusati di scarso interesse per l’arte, si sta divertendo alla Biennale. E’ una vittoria per come la vedo io, e fosse per me sguinzaglierei orde di studenti tra questi enormi padiglioni, ma liberi, di fotografare, farsi selfie, ridere delle mucche con le ruote o degli scheletri luminescenti.

Rembrandt - Hermitage

Ma torniamo alla compagnia, che si muove tra arsenali e giardini, come dicevo raramente d’accordo. Ma ad un certo punto entro in un padiglione, piccolo, su due piani, al primo non mi entusiasma, ma qualcosa di non ben definito mi lascia intuire qualcosa di intrigante, ci sono delle scale a chiocciola che entrano in un secondo piano buio, inizio a salire e la mia testa entra in quel buio, gli occhi si abituano e inizio a vedere belle sagome, con video e immagini che fanno da sfondo. Scendo perché mi viene da chiamare gli altri, credo di aver trovato qualcosa, quasi come se lo avessi fatto e fossi orgoglioso di mostrarlo. E’ un tributo a Rembrandt, allestito da artisti e curatori dell’Hermitage per il Padiglione della Russia, dove in un caos apparente, da laboratorio di scultura, statue in cemento di forma imperfetta sono combinate con video post apocalittici e immagini di opere dell’artista fiammingo, in un ambiente buio tra pareti nere. E’ la cosa più bella vista finora, il dramma del barocco senza retorica, un equilibrio di forme, suoni e immagini, di ordine e caos. Per una volta tutti d’accordo , abbiamo trova il nostro vincitore della Biennale 2019.

La compagnia, dicevo, dell’Anello… il riferimento è tutto mio, perché nel peregrinare tra i vicoli entro nello shop del Guggenheim (preferisco il negozio al museo) perché voglio vedere un po’ di design. Mi piace la creatività applicata ai prodotti, e trovo qualcosa che attrae il mio occhio, è “un oggetto di design che si mette al dito”, lo definisco per prendermi in giro, al dito di una donna, un unico filo di plastica colorata, nella sua apparente semplicità ci trovo estro e gusto estetico, eleganza e freschezza, scopro essere di un creativo francese, si chiama Samuel Coreaux e non posso fare a meno di comprarne uno, viola. Che ne farò? Vedremo (cit.).

Questa voce è stata pubblicata in Appunti d'arte. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *