Arte a Sud. Un giorno a Napoli

jodiceTappa a Napoli, potrei sbilanciarmi confessando che forse è la città italiana che mi piace di più, ma non mi piace fare classifiche, di sicuro meglio non morire dopo averla vista, se non altro perché così uno ci ritorna, e vede cose nuove e assaggia cose nuove, perché forse non si muore dopo aver visto questa città, ma di certo il colesterolo non si abbassa. A me poi prende una specie di frenesia alimentare quando giro per questa città strepitosa, e mi trovo a ingerire cose a caso, prese da tutti i banchi di strada che incontro, senza alcuna logica sequenziale, altro che menù kaiseki.

Il deambulare mi porta al Madre, attraversando stradine antiche, varco una soglia e mi trovo palleggiato in un ingresso ottico, il mio sguardo deve abituarsi, come dal buio alla luce. Righe, specchi, colori, qualche minuto per prendere possesso degli spazi e inizio ad orientarmi, l’ingresso non mi ha lasciato indifferente ma la visita deve ancora iniziare. So che c’è una retrospettiva su Mimmo Jodice, conosco bene il suo lavoro ma non le altre sezioni del museo, la collezione permanente, la site specific, mi incuriosiscono.

I lavori di Jodice non tradiscono, scatti di altissimo livello, ma la sala delle foto alle sculture classiche, che circondano sculture classiche installate in mezzo alla stanza è bella e pacata. Detta così può sembrare banale e didascalica, ma le sculture, lì al centro dialogano serenamente con le loro immagini alle pareti, e come moderne star sembrano compiacersi nel loro narcisismo.

img_20160813_161658Proseguo aggirandomi nel museo, la collezione permanente non ha slanci, mi aspettavo qualcosa di più viste le premesse, ma ogni tanto scorci interessanti con la loro apparente casualità fanno davvero bene allo sguardo. Come il cavallo di Mimmo Paladino che supervisiona le scelte museali, la sala candida con i lavori di Luigi Mainolfi e Nino Longobardi, o le teste di Christian Leperino.

Dove invece si sta davvero bene è nella sezione site specific. Lì si incontrano i lavori più interessanti, da una bella tela di Paladino a un enigmatica stanza a cura di Anish Kapoor nella quale non si può fare a meno di farsi qualche domanda  (o almeno questo abbiamo fatto io e mio figlio) e dove ritrovo reinventati i teschi di Rebecca Horn, che anni prima mi avevano colpito non poco nel buio di una notte in Piazza Plebiscito.

Un museo in movimento, molto piacere!

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