Alla ricerca dell’imperfezione

Mi faccio guidare da una frase quando ho di fronte un gruppo di studenti, per un ciclo di lezioni o anche solo per un incontro, da quando l’ho letta, molto tempo fa non ricordo dove, mi è rimasta in testa. Una frase di quelle che non ti cambiano la vita, ma semplicemente mettono ordine a molti pensieri che si rincorrono, e che qualcuno (in questo caso Montaigne) è stato bravo a sistemare al loro posto, e migliorare cosi un pochino il mondo. 

Da quel momento infatti, nel mio piccolo, mi sono sentito un prof migliore…

Insegnare, non è riempire un vaso, ma è accendere un fuoco“.

Quello avevo in realtà sempre cercato di fare, trasferire ai ragazzi ciò che aveva spinto me stesso ad andare per mostre, chiese, musei, a leggere una montagna di libri con piacevole fatica, con l’entusiasmo e la curiosità che solo la passione sanno accendere.

Con quella spinta interiore, mai sopita ma solo ingabbiata dalle restrizioni antipandemiche, ho ripreso ad andar per mostre, e l’occasione della prima retrospettiva su Nicola Samorì a Bologna era fame di chi non mangia da giorni. Non un artista nuovo per me, ma la curiosità di vedere opere che non conoscevo, in un contesto come quello di Palazzo Fava, dopo mesi di clausura estetica, ha fatto salire in alto le aspettative, e dunque il rischio di vederle disattese.

Avevo letto le prime recensioni, tendenzialmente entusiastiche, perlopiù condivisibili sia nei contenuti che nell’analisi delle notevoli capacità tecniche dell’artista, ma come dicevo questo era più o meno qualcosa che già sapevo di Samorì, e non sarebbe stato quello che mi avrebbe stupito. E’ stata un’altra invece la sensazione che stanza dopo stanza sentivo crescere forte, la percezione dell’amore per l’arte, per il suo lavoro, la dedizione, le ore spese per trovare la soluzione, per cercare il “materiale imperfetto”.

Era un qualcosa che già avevo percepito in altre occasioni, che ho poi messo a fuoco fuori dalla mostra, come spesso mi accade, ore dopo, ed ho ricollegato. Una sensazione analoga a quella che suscitano in me molti dei film di Quentin Tarantino, stracolmi di citazioni, di spezzoni di un cinema passato che lui ha amato e ancora ama, di una quantità incalcolabile di quelle stesse ore accumulate a guardare film, che il regista non manca di rigettarci addosso dopo averle solo parzialmente digerite.

Così sono i Santi classici e barocchi di Nicola Samorì.

Sono certo che la quasi totalità delle persone che producono arte sia spinta dalla stesso motore, ma solo pochi sanno trasmettere come loro questa devozione, questo amore e tutta la fatica che serve per diventare artisti. Una mia personale visione, ma per me è questo che fa la differenza, nell’eterna diatriba sulla definizione di opera d’arte, su chi sia artista o meno, conta cosa si riesce a trasmettere.

C’è una forza che esiste da sempre, invisibile ma prorompente, non c’è un dove e non si compra, non facile da cercare, esplosiva una volta trovata, difficile da trasmettere. Accende fuochi.

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