Speciale Musei New York: Whitney

Jasper Johns - Three FlagsLa visita al Whitney Museum of American Art mi ha lasciato impressioni molto contrastanti, e una riflessione su una storia recente del nostro paese. Perchè contrastanti? Semplice perchè il museo, che raccoglie nei sui 5 piani esponenti influenti dell’arte americana, concentra nei primi 3 o 4 installazioni e video risalenti in larga parte agli anni ’70 quando era sufficiente sperimentare e stupire per entrare nelle gallerie.

Non mi permetto di entrare nel merito delle scelte artistiche ma dopo aver visto per qualche minuto un tizio che stira, butta via e poi recupera fogli di giornale io mi annoio, e quando una cosa che dovrebbe farmi vibrare mi annoia secondo me non ha raggiunto il suo scopo.

Poi però prendo l’ascensore salvifico, che mi porta al 5 piano dove le sue porte scorrono e mi aprono la testa, perchè finalmente capisco quale è stato uno dei più grandi pittori americani di sempre. Visto molte volte sui libri mi chiedevo se davvero fosse così rivoluzionario il suo messaggio, e soprattutto immaginavo le sue idee solo stampata, mentre invece c’è materia, calda, sulla tela, è Jasper Johns. Le sue bandiere sono bellissime, e così altre tele, alle quali i libri di storia dell’arte non rendono merito, altra conferma (come se ce ne fosse bisogno) che l’arte va vista con gli occhi.

Ma ci sono altre sale molto interessanti, una interamente dedicata ad Alice Neel, una serie dir itratti forti e passionali tra i quali l’onnipresente Andi Warhol (stavolta seminudo) e uno spietato dei fratelli Soyer.

Bellissima la sala dedicata ai lavoro di un altro gigante della pittura americana, Edward Hopper tra i quali mi ha colpito davvero un pezzo inusuale per lui che dipingeva con grande precisione e controllo della materia, una tela del 1907 che raffigura il “Parco di S. Claud”, con un abuso materico che colma quel distacco (piacevole) che si avverte di fronte alle altre opere.

C’è poi uno spazio (troppo ampio) dedicato a Calder, la leggerezza dei suoi lavori non si discute, ma i lavori ispirati al circo, con tanto di performance filmata sono fanciulleschi e poco più.

Poi torno in Italia e mi trovo di fronte ad una pubblicazione di Mondadori (a cura di Barbara Cinelli, Flavio Fergonzi, Maria Grazia Messina, Antonello Negri) nella quale si indaga l’approccio mediatico italiano all’arte moderna nel periodo cruciale del suo sviluppo. Riassunto in poche parole si evidenzia come con piglio snobistico e denigratorio i nuovi linguaggi artistici venivano considerati poco più che fenomeni di costume, semplici bizzarrie, destinando così l’Italia a divenire il terzo mondo dell’arte contemporanea. Ecco dunque la differenza, che ci spiega perchè siamo oggi così marginali nell’arte contemporanea, noi chiusi nel nostro “compiaciuto immobilismo” (la citazione non è mia ma la prendo perchè meglio non si può dire) mentre negli Stati Uniti si aprivano i Musei alle nuove sperimentazioni. Certo, molte sono criticabili, l’ho fatto io stesso, ma è ancor più criticabile la chiusura quansi censoria dei nostri critici e studiosi.

Nota. Ero andato anche per vedere un artista che a me piace molto, Alex Katz ma purtroppo niente da fare, le sue opere erano in prestito per non si quale personale, magari una nota sul sito mi avrebbe fatto piacere.

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