Tesori ritrovati

Mi sento di avvoverarlo tra gli eventi artisti più rilevanti dell’ultimo decennio, non mi spingo oltre ma potrei farlo, perchè la portata dell’opera, nel suo complesso, non si era mai vista nell’arte contemporanea.

Il teatro è Venezia, dove arte e mare convivono, proprio come nell’ultimo lavoro, mastodontico, di Damien Hirst.
L’artista inglese è ora più che mai capace di portarci a riflettere su tematiche attuali, come le fake news, o millenarie, come le religioni. Dobbiamo decidere se crede nella storia di quelle opere così come ogni essere umano è chiamato a decidere se credere o meno ai passi dei testi religiosi. E’ successo davvero? Oppure, ci sono state ripetute così tante volte che questa domanda ci sembra a tratti assurda?
La moltiplicazione di notizie false ma plausibili, iperdiffuse dai social, costruite ad arte seguendo la pancia, seguono l’esatto percorso inverso dell’informazione, notizie create per raggiungere la massima diffusione, in chi trova le risposte che cerca e non vede l’ora di diffonderle per giustificare, motivare il proprio pensiero.
Hirst ci racconta la storia di un collezionista vissuto 2000 anni fa, lo fa portando testimonianze ingombranti, ritrovate nei fondali dell’oceano, di un impatto visivo impressionante.
Il tutto è poi testimoniato grazie a un documentario perfetto, avvincente e plasusibile, in cui gli appassionati del genere riconosceranno la maniera di Jacques Cousteau, diffuso da un apostolo contemporaneo, Netflix.
Si fa fatica a ricostruire la storia di fronte a quei ritrovamenti, ed a storie bizzarre come il ritrovamento del teschio di un ciclope, o di un ragazzo che moltiplicava le cose, verrebbe quasi da non crederci.

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