Fondazione Louis Vuitton Parigi

Eliasson 9Tra Guggenheim di Bilbao e vela di Sidney non passa inosservata la struttura che Frank O. Gehry ha de-costruito per ospitare collezioni ed eventi del gruppo Louis Vuitton. Non lontana dal cuore di Parigi la sede della Fondazione Louis Vuitton ha tutti gli ingredienti che sono richiesti alle grandi operazioni di comunicazione dei giorni nostri, archistar, esponenti del contemporaneo, immagine di imponenza, impegno intellettuale. Ma non facciamo gli snob, perché l’operazione, è davvero di altissimo livello qualitativo. Autocelebrativa senza dubbio, ma senza la spinta autocelebrativa quanta architettura sarebbe esistita? La storia estetica dell’uomo sarebbe stata senza dubbio meno ricca. E questo edificio non fa eccezione, inaugurato nell’ottobre del 2014 è destinato ad entrare nell’immaginario collettivo, ed aspira a diventare una delle icone della capitale francese.

Anche la fila di visitatori all’ingresso è imponente. Entrati ci si trova subito un po’ spaesati da linee e piani sovrapposti, asimmetrie e tanta luce. Chi si aspetta il corollario storico dei prodotti moda non entri in questo luogo perché questo è un contenitore di arte contemporanea, niente accessori moda, fatta eccezione per un bauletto LV disegnato dallo stesso architetto, che richiama le linee dell’edificio.

E comincio a visitare le sale, allestite con logiche museali parziali e scelte artistiche discutibili forse, piuttosto mainstream ma con i nomi davvero importanti, con qualche momento di grande piacere, come la sala dedicata a Giacometti, con bronzi e disegni davvero stupendi, una meravigliosa selezione di sculture dell’artista svizzero, che mi risolleva lo spirito dopo alcune sale abbastanza piatte e uno spazio, quello sì autocelabrativo, con i plastici e i progetti della costruzione dell’edificio stesso.

Con grande fortuna ho trovato un allestimento temporaneo di un artista che da tempo apprezzo, perchè coraggioso e perché riesce sempre ad integrare perfettamente i suoi lavori negli spazi, siano città, musei o come in questo caso contenitori dalla personalità scalciante difficile da domare. Sto parlando di Olafur Eliasson a cui è stato destinato l’intero piano terra e che l’artista danese ha saputo magistralmente riempire con installazioni che dialogano con la filosofia degli spazi esterni ed interni della costruzione, con esperimenti di luce, trasparenze, rifrazioni che sfiorano la perfezione. Fosse per me ne farei un allestimento permanente.

http://www.fondationlouisvuitton.fr/

 

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