Cina chiama Italia

Con le solite scontate polemiche a farle da apripista sbarca finalmente a Firenze, culla del Rinascimento, patria di Medici illuminati etc. etc., un artista contemporaneo, forse il più contemporaneo di tutti, più tardi cercherò di spiegare il perchè. L’evento è di alto livello, la Galleria Continua di San Gimignano fa da garante, chi ne segue le mosse è abituato a questo.

Ricordo ancora molto bene l’atterraggio del robot gigante di Gormley con tutti i suoi Iron Man al seguito, o le geniali forme in alabastro rosso del bellissimo progetto a firma di Anish Kapoor, ma quello è passato, oggi si parla di Ai Weiwei, uno degli artisti più influenti e temuti e, come accennavo, uno dei più contemporanei perché la sua arte non ha limiti, né barriere. E’ un artista planetario che vive attivamente  le metropoli più influenti del pianeta, ma soprattutto non si pone limiti di utilizzo dei mezzi che questo tempo mette a sua disposizione. Adoro questo aspetto, perché siamo oramai assuefatti alle accuse verso l’utilizzo dei nuovi media nell’arte, per un passatismo tutto italiano che ci ha fatto retrocedere a terzo mondo dell’arte da svariati secoli. E allora mi viene da riflettere (lo so è grave) sugli artisti del nostro glorioso passato, e penso che Michelangelo fosse stato un innovatore, che Leonardo da Vinci non sia stato un passatista, ma uno sperimentatore spregiudicato (ce lo raccontano le storie dei suoi capolavori, alcuni neanche arrivati a noi perché esperimenti poi falliti), ma soprattutto una persona che utilizzava gli strumenti del suo tempo, con coraggio, correndo rischi che però hanno fatto fare alla sua civiltà passi avanti. Se i nostri artisti quattrocenteschi avessero rinunciato a rischiare tutelandosi sotto la gonna del passato glorioso avremmo avuto il Rinascimento?

Impariamo tutti una lezione da Weiwei. A più riprese egli modifica, reinterpreta o addirittura distrugge testimonianze artistiche del glorioso passato cinese. Provocatoriamente ne vernicia alcune con colori industriali, ne viola altre con loghi della modernità e infine, come sommo gesto definitivo ed assoluta compostezza, ne lascia cadere a terra ritraendo la sequenza con mattoncini Lego. E’ il suo grido a voce alta, non teme l’accusa di sacrilegio, se il nostro tempo non merita il proprio passato allora serve una scossa. La Cina, l’Italia, la Grecia, le grandi civiltà mediorientali sono tutte state grandi in un passato più o meno lontano. Oggi tutte vivono momenti di decadenza, perché bloccate dal peso della gestione di quello stesso passato, perché immobili. L’arte muore solo quando si ferma

Solo la sensibilità di artisti di tale livello ci porta a queste riflessioni, senza lasciarci però privi di emozioni. Il ricordo del terremoto oscurato dal regime è interpretato senza enfasi, con grande delicatezza in uno spazio dove legni geometrici come bare sono sormontanti da un serpente di zaini di scuola, forse il momento più toccante dell’intera mostra.

L’emozione dominante è senza dubbio la frustrazione, il risultato di una lotta tra un amore passionale e odio altrettanto forte per il suo Paese. Quella Cina che Weiwei vive come un eterno ossimoro e che declina in molte sue opere denunciando un sistema opprimente che ricopre con un velo oscurantista la bellezza della libertà, l’esternazione della rabbia, quella che potrebbe avere anche una persona che vive in un altro paese, il più bello del mondo…che basterebbe davvero poco…

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